Blue Jasmine, un fiore avvelenato

Non giudicare un libro dalla copertina.
Non fidarti del lupo travestito da agnello.
Non è detto che la mela più bella sia anche la più buona.

La saggezza popolare ha sfornato una miriade di avvertimenti per tramandare un concetto fondamentale, e cioè che non sempre la realtà è ciò che sembra. Questo il solo – ma più che sufficiente – soggetto attorno al quale si svolge la trama di “Blue Jasmine“, capolavoro di Woody Allen, che ha voluto al suo fianco un’azzeccatissima Cate Blanchett, a mio parere l’unica attrice che potrebbe fare le scarpe alla quasi irraggiungibile Nicole Kidman, per bravura e intensità.

Un ruolo perfetto quello di Jasmine: perfetta illusa, perfetta snob, perfetta bugiarda. Quando arrivi a mentire anche a te stesso, ecco, ci sei: se allunghi la mano puoi toccare il fondo. Com’è? Potessi anche assaggiarlo, saprebbe di vodka e limone, xanax, lacrime e qualcosa di indefinibile, un retrogusto che forse è solo immaginato, forse è reale, di solitudine. Jasmine è una donna che – pur essendo stata molto ricca – perde tutto in un attimo: marito, figliastro, “case, pellicce, anelli”, come lei stessa afferma in una battuta, e dulcis in fundo, il senno: decide perciò di andare a vivere per un po’ dalla sorella povera Ginger, che al contrario di lei non ha una casa enorme né un marito ricco sfondato, ma è felice. Con l’arrivo di Jasmine, la sua vita si trasformerà per un po’ in un guazzabuglio, ma sarà solo un fugace attimo, perché povero non significa necessariamente stupido.

La storia di Jasmine è un pretesto per dire tante cose senza urlarle, cosa che Allen ha sempre fatto con grande maestria: giocare con i personaggi, metterli a paragone, spogliarli piano piano con la tecnica del flashback; e la Blanchett a rendere il tutto una sinfonia perfetta, con le giuste pause, gli acuti e i bassi dove devono stare. Grandissima prova di una professionista che ha già consolidato il suo talento in numerose pellicole per il grande schermo e che si è meritata l’Oscar come migliore attrice protagonista. Non conosco nessun’altra in grado di convincermi così bene di essere la Regina d’Inghilterra e al contempo un’illusa schizoide.

Guardatelo e gustatelo come un cocktail. Se vi piace che, dopo, resti in bocca anche un retrogusto amaro.

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