Dogville: la città degli irredenti

I classici lo diventano perché raccontano al meglio non solo una storia, ma una condizione umana.

Ancora una volta, la capacità cruda e sempre politically incorrect di Lars Von Trier si manifesta per urlarci in faccia come stanno veramente le cose, senza mai essere preso sul serio. Una Cassandra un po’ meno poetica ma assai più chiara di quella che fa parte del mito.

Sembra che il regista, più che volere offrire un pacchetto confezionato secondo criteri di tradizione cinematografica, volesse più che altro essere sicuro che il messaggio arrivasse forte come uno schiaffo e senza menzogne. Per fare ciò ha scelto il linguaggio del teatro, certamente più adeguato e aperto all’uso di espedienti che facilitino la comprensione dei contenuti: Dogville, “città di cani”, definita così da subito, senza filtri, è rappresentata come disegnata con il gesso su una lavagna gigante, un’enorme piantina dove i personaggi si muovono fingendo di aprire e chiudere porte, e dove non esistono muri: tutto è a portata di pupilla. La comunità consta di soli quindici abitanti, ciascuno dei quali sa tutto degli altri, persino i segreti più imbarazzanti; tutto il contrario della Twin Peaks di Lynch, dove nessuno aveva accesso al lato oscuro del suo prossimo. A Dogville le pareti non servono, perché nulla viene nascosto (eccetto la natura stessa dei cittadini).
Che non siano tanto “disposti all’accettazione”, ce lo dice il pastore del paese, Tom, che si perde e si logora dietro ai dubbi e alle proprie elucubrazioni morali (anzi: moralistiche) più per assecondare un piacere di tipo masturbatorio che per il fatto di crederci veramente. Proprio mentre non riesce a trovare “argomentazioni” per convincere la popolazione ad aprirsi al prossimo con più fiducia, ecco che, Deus ex Machina (lo sarà per ben due volte in questo film) arriva Grace (la Grazia Divina? non certo un nome scelto a caso), una magnifica e intensa Nicole Kidman, apparentemente in fuga da un pericoloso gangster. Questa ragazza trasparente, innocente, buona fino al paradosso, è l’occasione che il piccolo villaggio ha per salvarsi. Ciascuno degli abitanti di Dogville può scegliere di fare del bene offrendole un nascondiglio dal pericoloso criminale che la sta inseguendo e offrendole un lavoro, permettendole di integrarsi. All’inizio tutto sembra andare a meraviglia: dopo una prima riluttanza, ecco che Grace viene piano piano accolta, ciascuno degli abitanti contribuisce a metterla a suo agio, e la giovane ricambia con entusiasmo dandosi da fare per tutti.
Questa sorta di beatitudine e di equilibrio viene presto minata quando la cittadina (che ormai viene dallo spettatore percepita come un’entità) capisce di avere un potere: quello del ricatto. Uno dopo l’altro gli abitanti cedono al richiamo tanto affascinante quanto feroce di poter avere in pugno un altro essere umano. Ed ecco la genialità del regista, che emerge nella narrazione: Grace diventa un pozzo dove scaricare i peccati e le colpe di tutta la comunità, che la usa e ne abusa per liberarsi della propria vergogna, caricando su questa sola persona tutta la “spazzatura morale” che contiene ogni singolo individuo, il quale ne esce talmente sollevato da sentirsi in qualche modo addirittura migliore di lei e per questo giustificato.

Grace non oppone resistenza: possiede la profonda fiducia che un iter difficoltoso e doloroso possa portare in ogni caso la Città dei Cani a comprendere i propri errori, e a cancellare i propri delitti. Ma questo non avviene: dopo averle fatto subire mille angherie [SPOILER] la comunità denuncia al ganster la presenza di Grace in città. Ed ecco che il registro cambia di nuovo. Il gangster arriva puntuale, e c’è un colpo di scena: si tratta del padre di Grace, dal quale è fuggita perché non vuole il potere di manipolare la vita di altri esseri umani “ereditando” il lavoro del padre; Grace fugge così dal suo ruolo sociale di potenziale dominatore, per finire in un luogo dove è in tutto e per tutto vittima e dominata. Il padre, criminale per copione ma molto più saggio di tutti gli altri personaggi, probabilmente anche voce del pensiero del regista, le dà quello che nessuno le aveva offerto fino a quel momento: una scelta, e con essa la libertà. Può decidere di tornare a casa, accettare il potere, e incarnare il suo ruolo sociale; oppure può tornare a Dogville, se crede che il suo sacrificio sia servito.

Tutto il film sembra una grande metafora sulla redenzione e sul libero arbitrio, e Grace è “la prova da superare”, l’occasione per la comunità di dimostrare di essere in grado di scegliere il bene assoluto. Ma la condizione umana “non prevede che i cani si comportino diversamente dalla loro natura”; e presa coscienza che non ci può essere redenzione nonostante il perdono, e che la comunità non avrebbe mai imparato né compreso il Bene, Grace agisce come Deus ex Machina per la seconda volta e “risolve” il problema delle radici marce di Dogville con una pulizia etnica sconcertante, improvvisa, e necessaria.

Magistrale, crudo, realista, Von Trier crede fermamente che la natura umana sia malvagia (come dimostrerà più tardi con “Antichrist”) e incapace di scegliere il bene. Quel che è peggio è che, quando leggiamo i fatti di cronaca, seguiamo il corso della storia o semplicemente guardiamo davvero nel lato più buio e irrazionale di noi stessi, diventa difficile dargli torto. E il dubbio che rode Tom, diventa il nostro.

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