PERCHÉ SANREMO È SANREMO? QUESTIONE DI FEELING

L’Italia questa settimana è divisa in due: quelli che guardano Sanremo e quelli che non guardano Sanremo.

La sottoscritta sta nel gruppo di coloro che bramano per un anno questo appuntamento e lo vivono come una festa: il Festivalone dura cinque giorni, durante i quali diventiamo tutti, in ordine sparso:

  • critici musicali;
  • autori;
  • pubblicitari (ogni anno fioccano tweet da chiunque su come migliorare lo spot “vieni in Liguria”);
  • comici;
  • stalker di Beppe Vessicchio.

Che se ne parli bene o male, non importa: è sulla bocca di tutti, su tutti i social e soprattutto su Twitter, grazie anche alla partecipazione attiva dell’eccezionale Social Media Team di #SanremoCeres, l’unico che possa permettersi di usare una comunicazione così smart.

Ma perché, anche se lo critichiamo senza pietà, non possiamo farne a meno?

Io credo che Sanremo sia una madeleine, specie per quelli della mia età: siamo cresciuti col mito di Pippo Baudo, che lo ha reso una kermesse di tutto rispetto nel panorama internazionale, abbiamo conosciuto i veri BIG, quelli che pare ci siano sempre stati su quel palco, perché non ci ricordiamo nemmeno quando hanno iniziato a salirci.

Sanremo per noi è Oxa vestita come cappuccetto rosso, è Bonocore che “le tue chiavi non ho, ma la tua porta io spalancherò”, è Mietta e duddù daddaddà, è Marina Rei che sente la primavera, Antonella Ruggiero che “ti sento”, eccome, è Paola Turci, oggi splendida cinquantenne, chitarra al collo, che sbatte in faccia al pubblico l’orrore dei bambini in guerra con una canzone che resterà nella storia; è Ranieri che perde l’amore, è Barbarossa che narra con delicatezza di una violenza, è Ron che vorresti incontrarlo tra cent’anni per vedere se è sempre uguale, è Albano che un bicchiere di vino e un panino, la felicità. È una questione di feeling, di sentimenti e di brividi sulla pelle, di ricordi Proustiani che fanno parte di noi. Non possiamo lasciarlo, il Festivalone, perché ci ricorda in qualche modo chi siamo.

Se anche non ascoltiamo quasi musica italiana per tutto il resto dell’anno, non importa: Sanremo è Sanremo, ed è una bella e grande festa da condividere con chi lo ama visceralmente.

Questa edizione 2017, dopo anni di stallo e bassa qualità, è una svolta: un taglio netto al passato, una virata improvvisa, con tanti artisti di talento.

I miei preferiti?

Su tutti, Francesco Gabbani, che non si prende sul serio sul palco, ma scrive una canzone brillante sulla deriva della nostra società iperconnessa, tendente a una spiritualità che è solo virtuale, in overcommunication su qualsiasi tema. Un tormentone, forse, ma geniale: Gabbani è la “scimmia nuda” che si rialza, si distacca dalla massa e riflette su se stessa. Tra i miei top anche Michele Bravi, un piccolo James Blunt, forse un po’ acerbo ma degno di attenzione, che ha la fortuna di avere anche un manager di tutto rispetto: Helio di Nardo, persona che si è sempre dedicata alla musica con passione vera e che voglio citare perché gli riconosco non solo di essere un musicista versatile e di talento, ma anche di fiuto – cosa che non è da tutti; ultime ma non ultime, Fiorella Mannoia per la sua classe e Paola Turci, per la sua grinta.

Brividi da qualche interprete, delusione su alcune scelte della direzione artistica, critiche da chi non sopporta più che vengano spesi soldi per una manifestazione percepita come datata. Tutto nella norma, come ogni anno. Le critiche si incassano e si va avanti.

Però, per me, una cosa è certa: non sono solo canzonette.

Namasté, ALÉ!

2 thoughts on “PERCHÉ SANREMO È SANREMO? QUESTIONE DI FEELING

  • Reply Paola 11 February 2017 at 23:21

    Io faccio parte della metà che il festival non lo guarda proprio. Non ho avuto la TV per anni e ora sono sempre in giro per lavoro. E poi c’è Netflix.
    In compenso ora Occidentali’s Karma continua a risuonarmi in testa e ora vado su YouTube a cercarmi tutti i video di Francesco Gabbani!
    Paola pubblicati di recente…Fish & chipsMy Profile

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