The Danish Girl: C’è davvero un protagonista?

Chiudete gli occhi. Immaginate di dover indossare vestiti che vi stanno stretti ogni giorno della vostra vita. Immaginate di non poter essere mai più chiamati con il vostro nome. Di non poter più ridere con la vostra solita risata, né lasciarvi andare al pianto in pubblico. Di non potervi più muovere liberamente, di essere impediti da un colletto stretto e soffocante. Immaginate di non poter mai più disporre del vostro corpo.

Lo state facendo? Sentite il desiderio di tornare in voi a costo di morire?

Se la risposta è sì, allora forse avete appena provato un attimo di quello che dev’essere stata tutta la vita di tanti Einar Wegener/Lili Elbe che ancora oggi si nascondono, vengono scherniti, vengono allontanati, picchiati e, quando sono fortunati, riempiti di pregiudizi.

The Danish Girl è ambientato negli anni venti, ma narra una storia senza tempo. Scritto per voce sola, è in realtà una sinfonia.

Voi direte: è più facile immedesimarsi nella controparte, è più semplice vedere con gli occhi della moglie del protagonista. Io credo invece che nell’affermazione “io sono come Einar” stia il senso profondo di questa storia: Gerda è di certo oppressa, divorata, stremata, sofferente nel vedere il marito cambiare; lo è però molto di più nel venire a conoscenza che la sua afflizione è sempre stata in lui, e che lo ha logorato per così tanto tempo. Per quell’amore, grande e ineffabile, è disposta a perdere tutto. Per quell’amore, reale come lo è il sorgere del sole ogni giorno, è disposta non a lasciare andare, questo possono farlo tutti: è disposta a restare. Un sacrificio enorme, quello di veder morire il proprio matrimonio a ogni passaggio di un granello di sabbia nella clessidra; ma Gerda lo compie a testa alta e determinata, pur di far nascere Lili.

Non si può raccontare questo film, come non si può raccontare un’emozione: bisogna viverla. Certo è che il regista Tom Hooper è riuscito a raccontare un grande amore, cancellarne i contorni e trasmetterne la natura universale, lontana anni luce da qualsiasi presa di posizione. Grazie all’espressività innata di Eddie Redmayne, che mostra una sensibilità fuori dal comune, alla forza controllata di una splendida e vera Alicia Vikander, questo film è un dipinto dove ogni colore trova un senso solo accanto all’altro.

Andate al cinema a vederlo e, se vi ha lasciato qualcosa, cercatelo ogni giorno negli occhi delle persone che incontrate.

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