“THELMA”: L’ACCETTAZIONE SECONDO TRIER

Non sempre riesco a capire secondo quale stano criterio certe pellicole vengano classificate per genere; di certo, l’arte per essere tale davvero deve essere libera da etichette e consentire di raccontare qualcosa con il linguaggio più consono a quel messaggio.

Questo, a mio parere, è stato il lavoro svolto – e molto bene – dal giovane regista norvegese Joachim Trier, vincitore nel 2011 a Cannes con il film “Oslo 31, august”, tratto dal libro “Fuoco Fatuo” di Pierre Drieu La Rochelle. Se ve lo state chiedendo: sì, è imparentato con il grande Lars Von Trier, anche se a mio parere quest’ultimo gli dà un distacco ancora troppo ampio.

IL NUCLEO NARRATIVO: L’APPARENZA

L’apparenza è il fil rouge narrativo che collega ciò che stiamo guardando con ciò che intende raccontare il regista.

Thelma è una ragazza che appare fin dalle prime scene molto ordinaria: nel look, nell’appartenere a una famiglia cattolica praticante e chiusa; nel non avere esperienza o maturità sentimentale; nel non sapere che significa bere troppo, fumare uno spinello, o passare del tempo insieme ai coetanei. Come lo specchio d’acqua di un lago calmo, al primo soffio di vento questa superficie piatta si incrina e cominciamo a scoprire cosa c’è sott’acqua: Thelma possiede un’emotività distruttiva, che si manifesta con crisi in apparenza – anche qui, a mio parere non per caso – epilettiche, alimentate da un potere oscuro e forte, incontrollabile, che esplode quando la giovane si innamora di Anja, compagna di corso all’università, ricambiata.

Thelma_e_Anja_Trier
Da quel momento in poi, il quadro si sdoppia: da un lato assistiamo allo sviluppo di una trama che mette in gioco il sovrannaturale e pone all’improvviso l’ordinaria Thelma su un piano straordinario; dall’altra, c’è il reale significato che il potere di Thelma assume nella storia, quella vera, quella che sta “sott’acqua” e si sviluppa senza mai essere esplicitata: il travaglio interiore di una liberazione fisica ed emotiva di fronte a un amore omosessuale che si scontra con le imposizioni morali e sociali della famiglia di origine. Thelma va in crisi, alla lettera, perché non riesce a guardare dentro di sé senza sentirsi a disagio, senza provare vergogna a causa di ciò che sente per Anja. E allora la cancella, la sotterra sotto un cumulo di negazioni, la fa sparire, perché sapere che esiste è al tempo stesso così travolgente e così doloroso da risultare insopportabile.

I PERSONAGGI: NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO

Lo sviluppo dei caratteri è bilanciato e credibile: ciascuno dei protagonisti possiede un handicap emotivo non esplicitato ma reso manifesto dai dialoghi, dalla sceneggiatura e dalla recitazione degli attori. Thelma si reprime, il padre ha con lei un rapporto che definirei “sordo-cieco-muto”, perché non la ascolta davvero, non riesce a parlarle davvero, così come non la vede per ciò che è ma solo per ciò che lui pensa che lei debba essere; la madre è sulla sedia a rotelle per via di un dolore mai superato che le ha “spezzato le gambe” in senso metaforico (e fisico, ma a mio parere sempre solo a fini narrativi) e che le impedisce di seguire passo dopo passo la figlia nella sua richiesta silenziosa di supporto. Solo Anja, l’amore “proibito” di Thelma, è luminosa e intera: in grado di accettarsi, di esprimersi, di essere libera, non viene davvero mai toccata dal travaglio di Thelma, ma le va incontro regalandole una nuova speranza e dandole la forza che lei cerca per tutta la durata della pellicola.

TINTE SCURE: IL LINGUAGGIO DI TRIER

Il percorso interiore di Thelma acquista valore artistico proprio in virtù del modo in cui viene raccontato. Il regista avrebbe potuto rendere esplicito da subito il suo obiettivo di narrare un cambiamento, un’importante tappa della vita di una qualsiasi giovane che per la prima volta deve confrontarsi con i propri desideri; ma sceglie di farlo in modo non convenzionale, dipingendo un quadro a tinte scure e sottotono, scegliendo una fotografia fredda e puntando sul senso di smarrimento dello spettatore, che si fonde con quello di Thelma. A tratti è pura confusione, solo punti di domanda, risposte non dette a voce alta; a tratti è vero terrore, è sgomento, è incapacità di reagire.

Di certo per pochi, a mio parere questa opera di Joachim Trier ha un grande valore narrativo, e merita di essere goduta senza passare per un horror dai brividi contati. Non fate questo errore grossolano, prendete da subito il film per quel che è: un racconto d’autore scritto molto bene.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

CommentLuv badge

%d bloggers like this:

Utilizzando la barra di scroll o continuando la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi